L’apertura · Anteprima

La notte

On air: Changes (1971).

Turn and face the strange.
Voltati e affronta l'ignoto.

Mezzanotte. Lo schermo acceso, la stanza buia. Un file aperto per scrivere un libro sui linguaggi di programmazione. Vuoto, nessuna riga, solo il cursore che lampeggiava, ostinato come una domanda.

Era il sedici di febbraio. Faceva freddo nonostante il riscaldamento, un freddo sottile, quello che entra dalle finestre chiuse e arriva alle ossa prima che alla pelle. Fuori, Castenedolo dormiva e il buio del paese si confondeva con quello della Bassa Bresciana.

Dentro la stanza, un altro silenzio, meno calmo: quello dei miei ricordi, delle mie letture, di tutto ciò che avevo creduto di sapere e che ora, davanti alla pagina bianca, taceva. Non sapevo ancora che una sola notte sarebbe bastata per attraversare tutto.

Poi, prima ancora che ci fosse qualcosa da scrivere, sentii una voce alle mie spalle.

«Non cominciare dai linguaggi.»

Mi voltai. Non c'era nessuno. La porta era chiusa, eppure la voce era nitida: un inglese sussurrato, appena teatrale, da persona abituata a farsi ascoltare senza alzare il tono. E sotto, una raucedine leggera, da troppe sigarette o troppo poco sonno.

«Comincia da chi li ha inventati. Dal luogo. Dall'ora.»

Mi voltai di nuovo e nel buio oltre lo schermo qualcosa affiorò. Senza muoversi, prese forma lentamente. Pensai a un'immagine che emerge da uno sviluppo fotografico. Un uomo alto, magro, con quello sguardo asimmetrico che era diventato la sua firma. La luce del monitor lo attraversava invece di fermarsi su di lui.

«David Bowie!»

Non era un nome che mi aspettavo di pronunciare a mezzanotte, in una stanza che un minuto prima era vuota. Lo dissi ad alta voce, sperando che sentirlo mi restituisse la ragione. Il cuore batteva per conto suo. Forse mi ero addormentato sulla tastiera. Oppure ero sveglio e lui era davvero lì; nessuna delle due ipotesi mi tranquillizzò.

Sorrise. «Con la licenza del sogno, come dite voi che scrivete.»

Si avvicinò senza fare rumore e si fermò accanto alla scrivania. Guardò il file vuoto sullo schermo. «Tu vuoi raccontare le famiglie. Le stirpi. Le faide segrete.»

Annuii. «Sì. Voglio scrivere la loro storia.»

Inclinò la testa. Scrivere, a quanto pareva, era la risposta sbagliata. «E se, invece di scriverla, la vedessi?»

Non capii.

«Le stanze vere. Le facce. Il momento in cui qualcuno alza la mano e dice: no, non così. Così.» Abbassò la voce di mezzo tono. «C'è un uomo che ha inventato tutto. Il mondo lo ha seguito per vent'anni. Poi è salito su un palco e ha chiesto se si poteva demolire quello che aveva costruito. Una confessione pubblica, un atto di guerra contro se stesso.»

Restai in silenzio. Non avevo mai sentito parlare così di qualcuno che scrive codice.

Andò alla finestra con la familiarità di chi era stato in quella stanza mille volte. «La stessa domanda che mi facevo io ogni mattina davanti a un nastro vuoto.» Restò a fissare il vetro e quello che cercava sembrava stare là fuori. «Si può demolire quello che funziona per cercare qualcosa di migliore?»

Per un istante guardò di nuovo la pagina bianca e sul viso gli passò qualcosa che somigliava alla paura più che alla sicurezza. La paura di quel primo passo: indicarmi una via significava chiudere tutte le altre. Durò un battito, poi se la scrollò di dosso come un cappotto bagnato.

E c'era altro che quella notte non avrei confessato nemmeno a me stesso. Guardandolo riconoscevo una parte di me che tenevo a distanza: quella che voleva smontare il palco e riscrivere tutto da capo, buttando via il codice che funzionava per cercarne uno migliore. Io non facevo mai quel salto. Mettevo mano al codice, certo, ma con la rete: un pezzo per volta, senza mai fermarlo, tenendolo in piedi mentre lo cambiavo. Documentavo, catalogavo, mettevo in ordine finché non mi sentivo al sicuro. Quell'ordine non serviva al codice; serviva a me e non me l'ero mai spiegato. Lui invece si muoveva senza rete e cambiava rotta senza chiedere permesso.

Io avevo le mie certezze. Il C e Python erano gli strumenti del mestiere: il C per le parti difficili, vicine alla macchina; Python per quelle ampie e di alto livello. Giudicavo il resto per sentito dire: Lisp una storia interessante ma irrilevante, Smalltalk un esperimento californiano, Prolog un vicolo cieco affascinante. Pensavo di sapere già cosa avrei trovato.

Mi tornò in mente una sera di qualche anno prima. Una cena con alcuni amici, gente che non scrive codice ma che lavora intorno al software: chi lo vende, chi lo disegna, chi decide cosa costruire. A un certo punto, per raccontare qualcosa di me, avevo detto che il sabato prima, da solo, mi ero messo a studiare un linguaggio nuovo, appena presentato da Google. Si chiamava Go e ne avevo parlato a lungo, con trasporto.

Uno di loro, alla fine, mi aveva detto ridendo che ne parlavo come si parla della squadra per cui si tifa: con una passione che non chiedeva ragioni. Aveva colto qualcosa di vero. Di Go non sapevano nulla; avevano sentito la sicurezza con cui ne parlavo e avranno pensato che sapessi esattamente perché lo avessi scelto. Se mi avessero chiesto perché proprio Go e non un altro, non avrei saputo cosa rispondere. Avevo la convinzione e mi bastava.

Guardai Bowie. Aveva nominato un uomo e un palco. Era già troppo grande per le mie mani. Ogni riga di codice che avevo scritto nella vita conteneva fantasmi di cui non conoscevo il nome. Il for che davo per scontato ogni mattina aveva un padre, un luogo, un motivo. Il luogo era Zurigo, l'anno il 1951. Quella notte del padre non sapevo nemmeno il nome. La parentesi graffa era una scelta di progetto, non un dato di natura. Il terreno sotto i piedi aveva una storia geologica e non era mai stato fermo.

«Non saprai tutto alla fine», disse Bowie. «Ma saprai abbastanza da non guardare più una riga di codice allo stesso modo.»

Era quello che volevo, credo. Partire senza sapere dove sarei arrivato. La notte durava quanto un disco, breve e intensa, prima del silenzio del solco che gira a vuoto.

Un uomo di nome Backus aveva posto quella domanda in un'aula, nel 1977. Era salito sul palco del Turing Award, il premio più alto dell'informatica. Aveva chiesto: Can Programming Be Liberated from the von Neumann Style? Si può liberare la programmazione dallo stile di von Neumann? Chiedeva se fosse possibile demolire il paradigma che il suo FORTRAN aveva reso universale. 1

Sotto il gergo tecnico c'era la domanda che Bowie aveva fatto al vetro. Non ne coglievo ancora tutte le conseguenze. Sapevo solo che quella domanda, centrale nella storia del software, era stata posta da qualcuno che non aveva mai voluto fare il programmatore.

Bowie indicò lo schermo. Sul file vuoto comparve una riga, come digitata da mani invisibili: I linguaggi non nascono dal nulla.

«Ti porto lì», disse. «Una fermata per volta. Poi torni qui e scrivi. Senza alibi.»

Guardai le mie mani sulla tastiera, poi quella riga sola sullo schermo. Sentii il peso di quel momento nelle ginocchia, come prima di un salto. Cercai un'obiezione, una condizione, qualcosa che mi tenesse un piede nella stanza.

Non ne trovai. Era un patto, non un'offerta. Mi sarei messo in viaggio con quella domanda come unico bagaglio, senza garanzie sulla risposta. «Sì», dissi. «Andiamo.»

«Nel sogno tutto è possibile. Nei libri, quasi.» Si scostò dalla finestra. «Preparati. La prima fermata è molto indietro.»

Bowie guardò lo schermo ancora acceso. «Le persone vengono prima delle macchine», disse. Era un giudizio pronunciato piano e senza appello.

Poi si voltò. «In tempo di guerra», disse. «Sempre in tempo di guerra.»

Mi posò una mano sulla spalla. Era un tocco senza peso, di qualcuno che non era del tutto lì. Sentii freddo dove mi aveva toccato o forse me lo immaginai. Un freddo che sapeva di metallo antico. La stanza cominciò a dissolversi ai bordi. L'ultima cosa che vidi fu il riquadro di luce dello schermo. Poi il buio e un suono lontano: Ch-ch-ch-ch-Changes.

Quando riaprii gli occhi non ero più nella mia stanza. Eravamo in due, con quella domanda in tasca.